Passeggiando sulla banchina, la brezza marina sale
prepotentemente alle narici fino a stordire i sensi. Osservo il cielo e le
nuvole sembrano rincorrersi l'un l'altra come per giocare a nascondino. Intorno
a me i passanti di ogni età, etnia o cultura hanno la testa china. Penso di
essere finita su un pianeta di persone rassegnate. Nessuno più cammina a testa
alta. Non vi è più la fierezza e la maestosità del portamento, ma solo un
nugolo di persone che camminano con il capo chino. Non c'è uomo, donna o bambino
che riesca a vedere ciò che accade intorno a lui. La stessa scena si ripete
ovunque. Dal medico, alla posta, al supermercato, per le strade.
Povera gente, penso. Nel mio pianeta le persone parlano, i
bambini giocano e i fidanzati si tengono per mano. Ma qui, tutti hanno le mani
occupate, con il pollice che si muove incessantemente. Hanno un oggetto in
mano, munito di tastiera e pigiano i tasti in maniera forsennata. Forse, da questo
dipende la loro vita. Forse qualcuno li costringe a questa tortura perenne.
Solo un anziano signore, diverso dagli altri è seduto sulla
panchina e tiene fra le mani un oggetto diverso. Ha dei fogli ingialliti e una
copertina con intarsi dorati. Forse è
lui il capo di questa gente, è diverso e di tanto in tanto solleva lo sguardo
all'orizzonte, si guarda intorno e osserva silenzioso.
Poi arriva lei.
Me ne accorgo dal ticchettio delle scarpe sull'asfalto. Non
ha la testa china e il suo sguardo è intenso e profondo. Riesco a vedere i suoi
occhi verdi come il mare. Sorride all'uomo seduto sulla panchina e si siede
accanto a lui. I loro volti sono sereni e sembrano essere persone fuori dal
comune.
Ora capisco. Sono loro che hanno il potere su questo pianeta.
Non sono costretti come gli altri, ma liberi di scegliere, di parlare, di
vedere. Liberi di apprezzare ogni istante del tempo concesso.
Anna Ledda

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